Una fessura nel substrato emotivo.

 

Cammina poi si ferma, si siede, riprende a camminare, gira intorno al soggetto, lo osserva e magari - catturato in quel dialogo esclusivo - urta inavvertitamente un passante e schiva la pioggia. Il tempo è un elemento prezioso per Simon d'Exéa nell’entrare in sintonia con lo spazio.

Il suo sguardo si sofferma sulle linee essenziali, sui dettagli architettonici di interni ed esterni isolati dal loro contesto, resi autonomi nella texture di volumi, nelle rincorse di vuoti/pieni, nei rimbalzi di luci/ombra che raccontano un’altra storia, non necessariamente quella che li definisce nella rispettiva identità. “Per isolare i dettagli mi ci  devo perdere.”, afferma il fotografo.

All’immagazzinamento di dati (la macchina fotografica digitale è un taccuino per lui) segue una pausa deliberata che libera la mente, prima di tornare ad osservare con distacco quelle immagini e trovare collegamenti imprevisti e perfino imprevedibili.

In fondo non è un meccanismo così distante dalle dinamiche della camera oscura. Simon d'Exéa si forma proprio in quel luogo chiuso e magico che è la camera oscura. Non solo sede alchemica di trasformazione della materia (dominata da regole precise) ma spazio mentale per mettere ordine dentro di sé. E’ affascinato dalle sperimentazioni di Man Ray che scopre con la stessa intensità con cui ama respirare l’odore degli acidi dello sviluppo e della stampa.

Nel passaggio al digitale avverte la perdita di quella sacralità. “Mi manca il maneggiare gli acidi, l’aspetto imprevedibile dell’immagine fotografica, perché il digitale è riproducibile all’infinito. Prima se il bagno dello sviluppo era diverso anche solo di mezzo grado, la stampa prendeva un altro sapore e non ce n’era mai una uguale all’altra.”.

Il mestiere vero e proprio, però, lo impara lavorando per cinque anni come assistente di Claudio Abate e, dal 2010, di Ileana Florescu. Una lezione che va ben oltre le conoscenze tecniche dell’utilizzo del mezzo.

Fotografare la mostra di Anselm Kiefer a Villa Medici, nel 2005, è il primo lavoro. “Claudio fotografava con il banco ottico 20x25 che non usava più nessuno. E’ stato per me una figura paterna. Da lui ho imparato la disciplina nel vivere la propria vita, la sua grande apertura di spirito, la capacità di ascoltare gli altri, la fiducia nei propri mezzi. Il bagaglio prezioso di quella esperienza si rinforza ancora oggi nell’assistere Ileana alla realizzazione del suo lavoro artistico. ”.

Per alcuni anni la ricerca personale di d'Exéa cede il posto all’aspetto pragmatico del lavoro, per farsi strada - al momento giusto - nella stratificazione dell’inconscio. A collezionare i suoi sguardi sulle architetture moderne e contemporanee, romane, parigine e newyorkesi, inizia nel 2007. Opere firmate indifferentemente da anonimi architetti come da grandi maestri, da Luigi Moretti a Zaha Hadid, Frank Lloyd Wright, Pier luigi Nervi, Renzo Piano.

Ciò che è più importante per lui è la curiosità e, allo stesso tempo, la sfida nell’intraprendere un percorso conosciuto, estrapolandone momenti inediti e freschi, con quelle tracce di casualità che sfuggono alle maglie del controllo. Una fessura nel substrato emotivo.

 

 

Manuela De Leonardis

Simon d'Exéa Photographer – Contemporary art, Architecture, Fine art, Still life, Portrait, Wedding, photography

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