Simon d’Exéa, nome francese e spirito irriverentemente romano, è un fotografo. Un artista che ha iniziato ad abbracciare piccole o grandi reflex nei primi anni 2000 più - come sua stessa ammissione - come viatico consolatorio che per una consapevole scelta professionale. Ma dopo un approccio quasi fortuito con focali e cavalletti, la comprensione e l’accettazione della passione diventa chiara e imprescindibile dal trascorrere dei giorni di Simon.

Allora come ora un mancato biglietto da visita 2.0 desta la mia curiosità. Il biglietto da visita, la vetrina dalle serrande sempre alzate, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è il sito web che per il momento rimane oscurato e che mi spinge a formulare la prima domanda arrivata dopo quasi un’ora di parole lanciate attraverso il telefono.

 

Tu sei un artista. Hai un curriculum di tutto rispetto di mostre, personali e collettive e una formazione che ti ha visto e ti vede accanto a nomi importanti del panorama artistico contemporaneo: perché non hai un sito internet?

 

Nei primi anni fotografavo poco e non avevo abbastanza materiale di qualità da mostrare, realizzare un sito non era poi così semplice come adesso. In seguito mi sono adagiato in una sorta di resistenza a forme di autopromozione ragionate. Sarà un lascito non ben assimilato dei miei anni di formazione, ma ho sempre preferito lavorare sulla sostanza stando sul set che studiare le presentazioni … Comunque sia visto che anche la forma è sostanza ho iniziato a realizzarlo da un paio di settimane e mi sto divertendo.

 

Proprio perché è un’informazione difficilmente raggiungibile senza l’ausilio di una vetrina web a te e solo a te dedicata, ti chiedo qual è stata la tua formazione, dove e in quali anni hai studiato.

 

Sono arrivato a Roma da Parigi a undici anni e ho studiato al liceo francese fino al 2001. In seguito la prima idea era di fare della scrittura un mestiere diventando giornalista e andai a studiare alla Sorbona, ma mi sono perso per varie ragioni tra cui la morte prematura di mio padre, già fotografo di Elle e Paris Match dagli anni 60 ai primi 80. Tra le sue cose ho ritrovato una Nikon F del 69, probabilmente una delle prime macchine fotografiche che ha usato e ho cominciato a scattare vedute in giro per Parigi senza sapere nulla di tecnica. Non riuscivo a fare molto altro all’epoca, questa era un’attività terapeutica e quando feci vedere i miei scatti ad amici fotografi, furono tutti concordi nel dire che avevo una certa predisposizione. Tentai di entrare ai Gobelins, sempre a Parigi, ma non ero abbastanza preparato. Tornai quindi a Roma nel 2002 e feci il muratore per due mesi. Dopodiché Angelo Caligaris, fotografo e amico di famiglia che dirigeva la Scuola Romana di Fotografia al Pastificio Cerere, mi propose di intraprendere un corso triennale lavorando al contempo come assistente nella stessa struttura per pagarmi gli studi e imparare di più. I calci nel didietro che ho preso in quegli anni sono stati molto utili e gliene sono davvero riconoscente!

Provieni da una famiglia che ha avuto e ha tuttora un peso importante nella storia artistica, politica e culturale italiana. Crescere e gravitare in un ambiente così fecondo ha determinato gli indirizzi professionali della tua vita? Vuoi essere tu a chiarire chi sono le persone cui alludo?

 

Mi sono accorto relativamente tardi della fortuna di essermi ritrovato tra un padre reporter, una madre giornalista di moda, una zia organizzatrice di mostre e un patrigno giornalista e critico d’arte. Di certo potermi confrontare con loro sugli argomenti più disparati ha facilitato discretamente lo sviluppo del mio senso estetico e critico! Tra questi le conversazioni e gli scambi avuti con Duccio Trombadori – che parafrasando parole di Pizzi Cannella: non è mio padre ma mi è padre! – si sono rivelati particolarmente fertili e gliene sono grato.

 

Quando inizi la collaborazione con Claudio Abate e qual è l’aggancio che ti ha portato a lui e più in generale nell’enclave romana del Pastificio Cerere a San Lorenzo? Tra gli artisti che lì lavorano o che lo bazzicano quali sono quelli con cui hai sviluppato un rapporto di stima lavorativa e perché? Cosa ti hanno insegnato?

 

Claudio era un grande amico di mia zia Christine Ferry – all’epoca responsabile dell’arte contemporanea all’Accademia di Francia – e ho iniziato da lui nel gennaio 2005, a 21 anni, proprio per la mostra di Kiefer a Villa Medici: Die Frauen. Lo studio era distaccato dal Pastificio e andavamo spesso a fotografare opere dagli artisti. Per qualche motivo mi trovavo sempre bene da Pizzi Cannella, Nunzio, Dessì e Rainaldi dai quali si lavorava con particolare calma e metodo. Avvertivo chiaramente la loro fiducia nei confronti di Claudio del quale ero un’estensione. Rimango ancora affascinato dal contrasto tra la loro apparente serenità e la tensione palpabile nel loro lavoro. Ogni artista è alla ricerca del proprio linguaggio ed è proprio la linguistica, in varie sfumature, che ho avuto il privilegio di imparare lavorandoci e frequentandoli.

 

Dopo l’esperienza durata 5 anni con Claudio Abate per cui sei stato fido assistente, sei stato scelto da Ileana Florescu per lo stesso ruolo che avevi con lui. Innanzitutto ti chiedo perché la collaborazione con Abate si è interrotta e cosa ha generato in te, professionalmente parlando, questo arresto? Come sei arrivato a Ileana Florescu? Non so se è lecito fare paragoni, ma quali sono le differenze, aldilà delle variabili umane, tra Abate e la Florescu, in termini di approccio alla pratica e alla didattica più o meno consapevolmente trasferite?

In giovane età Claudio era stato assistente del grande fotografo di Life Erich Lessing e questo aveva una regola ferrea che passò ad Abate: un bravo assistente non deve rimanere più di quattro o cinque anni. Sapevo di questo dogma e incassai il preavviso di due settimane datomi senza rimanere troppo sorpreso, anche se terrorizzato. Non sarei mai andato via di mia spontanea volontà all’epoca. Non avevo mezzi tecnici per lavorare così chiesi aiuto alla mia famiglia che sopportò l’acquisto di una digitale, un computer e due quarzi con i quali scatto spesso tuttora. Comunque lavorare per conto di qualcuno permette di darsi responsabilità soltanto fino a un certo punto e mi ritrovai di punto in bianco a decidere del mio lavoro, del valore che gli volevo dare e a organizzarmi giornate con più servizi, scadenze etc. Questo inizio da freelance nel 2011 è stato un colpo di acceleratore fondamentale per la mia crescita professionale e personale e con Claudio il rapporto si è tramutato in amicizia. Comunque sia ero ancora molto giovane e non avevo la maturità necessaria ad assumermi un’indipendenza completa.

Ho conosciuto Ileana all’inaugurazione della mostra di Nunzio, Ombre, alla Galleria dello Scudo di Verona nel 2005. Era amica di Claudio e ci siamo poi rivisti a varie inaugurazioni e feste fino al 2009, quando il clima artistico era decisamente più felice. Quell’anno venne insieme ad altri amici all’inaugurazione della mostra di Abate a Bordeaux. Ero parecchio rodato nel mio ruolo e lei notò e apprezzò la cosa. Così quando mi chiamò accettai subito, felice anche del fatto che avrei imparato qualcosa di nuovo passando dalla fotografia per l’arte all’arte tout-court. Ho imparato parti dell’immensa tecnica e pazienza di Claudio per cui mi ritrovo spesso a mimarne i gesti silenziosi che precedono l’inizio di un servizio. Questo rappresenta un’ancora sicura che conservo con cura e affetto. Da Ileana ho potuto approcciarmi in maniera radicalmente diversa alla fotografia in quanto l’arte prescinde da tutto il resto. Le strade intraprese e i bivi incontrati nel processo creativo sono parti di un sistema linguistico in continuo divenire. Mi vengono in mente i suoi primi lavori dalla serie Meteoriti, dove opera un rovesciamento dell’immagine solo apparentemente semplice, e la sua ultima mostra Le stanze del Giardino a Villa Medici, composta da diciassette opere che pur racchiudendo una infinità di rimandi al Rinascimento sono godibili anche senza la decodifica necessaria.

 

Passando ora alla tua ricerca, seppur non hai sito personale, utilizzi con una certa disinvoltura i social cui sei iscritto, soprattutto (ovviamente) Instagram. Ho notato che ai social affidi la parte più ego riferita del tuo percorso e in alcuni casi, a mio parere, anche quella più scanzonata e irriverente. È un’osservazione corretta o è forse falsata da una conoscenza pregressa tra me e te?

 

Per quanto sia ironico, questa passa difficilmente nelle foto di mostre e cerco di variare spesso da queste a scatti più giocosi, vedute rovesciate o tagli di luce apparsi all’improvviso. Ovviamente l’autoriferimento sui social è legge, ma trovo noiosi i profili monotematici, del tutto ego riferiti oppure volti alla comunicazione di sedicenti successi professionali. Vivendo nella società delle immagini e avendo a disposizione questo mezzo di comunicazione mi applico liberamente a esplorarne le potenzialità; e un po’ di irriverenza ogni tanto fa bene a tutti.

 

Ho parlato di parte ego riferita perché ho notato che negli ultimi anni soprattutto, sei tu a entrare quasi a gamba tesa nei tuoi scatti. Non solo autoritratti, ma addirittura doppie esposizioni di un te stesso fermato in situazioni opposte e contrarie. Questa duplice autorappresentazione ha a che fare con la necessità di affermarsi, di imporsi o di vedersi e osservarsi con maggiore consapevolezza e lucidità? Per tua stessa ammissione mi hai parlato di un processo analitico iniziato già diversi anni fa con un terapeuta. Me ne vuoi parlare? Questa esperienza ha realmente indirizzato il tuo sguardo verso e dentro te stesso?

 

Gli autoritratti ai quali ti riferisci nascono come un gioco. Nel primo, pubblicato come foto profilo su Facebook nel 2011, citavo il ritratto scattato da Abate a Jasci nel 71, dalla performance L’uovo ha fatto me. Negli anni ho continuato a giocare con la mia immagine ispirandomi a varie fonti visive e pubblicando gli scatti di volta in volta. Poi nel 2015 ho sentito il bisogno impellente di creare qualcosa di nuovo. All’epoca abitavo a Trastevere in un piccolo appartamento dove gli elementi che potevo inserire nella composizione erano pochi: ad esempio un tavolino con sopra una scacchiera. Non avevo ancora visto il Settimo sigillo ma stavo vivendo una forte scissione interna assieme a un amore non corrisposto, e avevo già intrapreso un percorso a indirizzo analitico con un bravissimo terapeuta dal quale vado tuttora. Metaforicamente parlando, ho sempre amato il jazz e il blues, al punto da non riuscire a staccarmi dagli accordi minori in determinati periodi. Ho voluto interrompere questa sublime depressione con una cura ragionata e ho chiesto aiuto. Tengo a dire che non consiglierei la psicoterapia a chiunque attraversi momenti di difficoltà, come invece sento dire spesso da chi ne ha tratto benefici. Cambiare radicalmente i propri punti di equilibrio è molto faticoso e non sempre necessario. Tonando all’aspetto creativo, la scelta di rappresentare situazioni contrapposte nasce dalla consapevolezza che una cosa e il suo contrario convivono all’interno di un insieme più vasto. Queste fotografie rappresentano sempre un soggetto nudo e apparentemente inattivo contrapposto a un altro vestito e attivo. Il nudo è puro e illuminato, mentre il vestito veste generalmente colori scuri ed è un giovane adulto cosciente dei compromessi necessari all’esistenza. Nessuno dei due prevarica l’altro. Bambino e adulto convivono a volte bene, altre meno.

 

Al contrario, nell’ufficialità delle esposizioni in spazi pubblici o privati, da solo o in collettive, metti in mostra la parte più razionale della tua ricerca (e forse di te, mi viene da aggiungere), vale a dire l’architettura. Che sia un dettaglio, una sovrapposizione che nella maggior parte dei casi fa perdere la percezione oggettiva e figurativa del soggetto ritratto, ne emerge una geometria quasi fredda e sicuramente spersonalizzata (anche perché non c’è alcuna presenza umana che abita questi luoghi). Ti chiedo da dove deriva questo interesse per l’architettura, quando e dove nasce?

 

Durante gli anni di formazione con Claudio ho girato per una miriade magnifici di spazi architettonici contenitori di arte: da Villa Medici a Roma alla sede della Nykredit di Copenhagen. Portavo borse e disponevo luci secondo le sue indicazioni, senza ovviamente mai decidere di un’inquadratura. Avevo comunque tutto il tempo di studiarle durante il lavoro e in fase di post produzione. Che si trattasse di spuntinare scansioni di lastre 20x25 o scatti digitali, passavo ore a lavorare su aree ingrandite delle fotografie scattate. Eseguivo questo esercizio pressoché quotidianamente e mi sono accorto di una certa armonia in alcuni tagli e incroci che ho deciso di indagare personalmente.

 

Il secondo progetto legato all’edilizia lo intitolasti Domus/Domestica e si sviluppava su 13 scatti; me lo hai descritto i come una sorta di Via Crucis; mi puoi chiarire questo concetto e cosa era rappresentato nei 13 scatti?

Domus nasce quando, dopo aver passato settimane recluso in casa, ho ripreso la macchina fotografica per “endorcizzare” lo spazio che era stato teatro di questa depressione. In questo lavoro forme e luci sono piuttosto piatte, così come le composizioni meno spettacolari rispetto alla prima Concrete (Doozo, 2012). Il punto di partenza e chiave di volta di questa serie, è stato una piccola crepa sul muro del mio salotto, sopra la stufa. Mostrare questa cicatrice voleva rappresentare anche un principio di apertura verso l’esterno. Durante la realizzazione degli scatti ascoltavo ininterrottamente l’album Vespertine di Björk, capolavoro intimistico il cui primo titolo era Domestica… Mi piace pensare di averci messo trent’anni cinque mesi e tre ore, ma la verità è soltanto l’ultima cifra!

 

Il seguente progetto dopo Domus e ultimo è stato A strati, presentato di concerto con le fotografie di Giancarlo Pediconi (che architetto lo è veramente) in Misurare il tempo a Gagliano del Capo (LE). Precedentemente c’è stata la serie Concrete allestita da Doozo nel 2012 e la prima parte di A Strati presentata all’Acta International nel 2016. Cambiano i formati, ma c’è il classico fil rouge che cuce insieme queste fotografie tra loro? Brevemente mi illustri la genesi dei progetti appena citati?

 

Quello formale del dettaglio architettonico presentato in bianco e nero è evidente. Direi piuttosto il fatto che questi scatti siano scaturiti da un esercizio zen la cui ripetizione mi ha permesso una assimilazione sempre maggiore dell’aspetto compositivo ponendo così le basi per la creazione di un mio linguaggio. In tutt’e quattro le mostre avevo sempre un ottimo rapporto già esistente con gallerista e/o curatore e le cose sono nate naturalmente.

 

Una domanda sulla tecnica: scatti in digitale ma ti capita ancora di tirar fuori reflex analogiche e pellicole?

 

No, e ammiro sinceramente il coraggio di chi usa ancora la pellicola, ma i molti passaggi chimici rendono il processo troppo esoso e lento per il mio gusto. Comunque non escluderei di tornarci tra qualche anno per lavorare sui temi di riproducibilità e controllo.

 

Mi hai confessato che uno dei lati negativi del digitale, o forse l’unico, è l’impoverimento di forma e tecnica. Puoi illustrarmi meglio questo tuo pensiero?

 

Oggi abbiamo una tale illusione di controllo e velocità sulle immagini che l’esito di molti lavori è diventato totalmente prevedibile. Certo, questo straordinario strumento ha spalancato le porte su una miriade di possibilità fino a allora difficilmente raggiungibili se non in fase di produzione e con molti limiti. Comunque sia dover padroneggiare aspetti tecnici legati unicamente alla fisica della luce conferiva alla realizzazione delle fotografie una vitalità che non ho mai ritrovato nel digitale.

 

Una cospicua fetta di scatti (a colori) è definibile erotica. Sarà per i commenti con cui le accompagni o i titoli che scegli, ma mi sembrano molto ironiche, poco seriamente concepite. È vero? Ed è corretto se in quelle pose e forme intravedo un'estetica anni ’80 nuovamente e fortemente in auge?

Innanzitutto devo confessarti che molte di queste fotografie non sono mie, ma anche se lo fossero il pop/trash inerente ai social mi diverte moltissimo, “e poi nulla più”!

 

Mi puoi spiegare il valore del colore all’interno delle tue fotografie? Per l’architettura scegli il bianco e nero e per tutto il resto le tinte. Hai mai provato a fare uno switch coloristico tra i soggetti da te più rappresentati?

 

La mia prima passione era la camera oscura e per molto tempo ho avuto remore a usare il colore. Crescendo professionalmente poi ho imparato a usare la palette. Finora la scelta del bianco e nero per l’architettura è stata funzionale al mio volere porre l’accento su composizioni formali. Oggi, in altre fotografie su questo e altri temi, mi sento più vicino alla rappresentazione di realtà per le quali il colore funziona meglio. In breve sono più felice!

 

In ultimo ti chiedo se c’è un motivo per cui non hai mai esposto i tuoi autoritratti: è mancata finora l’occasione o è mancato il coraggio di essere – istituzionalmente parlando - alla mercé di tutti?

Questo progetto fa parte di un lungo processo di maturazione, in parte inconscio, e non ho voluto forzare i tempi. Ogni fotografia rappresenta periodi tormentati della mia storia e, anche se in chiave più o meno ironica, è sempre molto faticoso raccontarli in immagini. Da qualche mese sto accelerando nella produzione di nuovi scatti e vorrei essere pronto a presentarli per l’inizio del 2019 a Roma.

Silvia Colasanto

Simon d'Exéa Photographer – Contemporary art, Architecture, Fine art, Still life, Portrait, Wedding, photography

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